Intervista a Patrizia Amalfi – Giurata Premio Letterario Internazionale Juniores Francesco Giampietri

1) Presentati al nostro pubblico

Mi chiamo Patrizia Amalfi, fino a qualche anno fa insegnante di scuola dell’infanzia, lavoro che ho amato moltissimo. La laurea in filosofia e scienze etiche, conseguita per puro interesse verso il pensiero filosofico, è arrivata durante gli anni lavorativi, quando i miei due figli erano già grandi. Non posso negare che il raggiungimento del traguardo mi è costato non pochi sacrifici, ricompensati però dalla soddisfazione di avere ottenuto il massimo dei voti. Dopo aver vissuto quasi per tutta la vita nella mia bella e contraddittoria Palermo, da qualche anno col mio compagno mi sono spostata fuori città, dove posso godere della vicinanza del mare e in generale del contatto con la natura, per me fonte inesauribile di ispirazione. Sin da bambina ho amato la lettura e la scrittura, tanto che i miei primi componimenti sono da ricondurre ai miei otto/nove anni. La passione mi ha sempre accompagnata, in ogni fase della vita, sebbene soltanto da qualche anno ho cominciato a socializzare i miei scritti, rivolgendomi ad un pubblico diverso da quello esclusivo degli affetti. Negli anni passati, la curiosità e il bisogno di trovare forme diverse e varie di comunicazione, funzionali soprattutto al mio lavoro di insegnante, mi hanno spinta a seguire corsi e stage sul teatro sperimentale, sui metodi di costruzione di burattini e sul teatro delle ombre. Per qualche tempo ho fatto parte di un gruppo teatrale per ragazzi, realizzando personalmente i burattini in carta pesta, scrivendo il testo di uno
degli spettacoli proposti nelle scuole del palermitano e in alcune piazze di altri
comuni della Sicilia. In seguito, per un decennio circa, è stata la scultura in argilla a catturare il mio interesse, dopo avere scoperto quasi per caso, una manualità che non pensavo di avere e mi ero così tanto appassionata da farmi coinvolgere in un paio di mostre collettive e due personali, l’ultima tenutasi nell’ ormai lontano 2004 presso il Parco Letterario Tomasi di Lampedusa di Palermo.
Nei primi anni Novanta, grazie all’interesse mai sopito per la lettura e la scrittura, mi è stata offerta l’occasione di collaborare con “Mezzocielo”, una rivista tutta al
femminile di interesse sociale, nata da un’idea di due donne speciali, quali sono state Letizia Battaglia e Simona Mafai, e col mensile di pedagogia “Bambini”, fondato dal grande Loris Malaguzzi.
Nel febbraio 2017, ha visto la luce il mio primo libro di narrativa, dal titolo “Non tutti gli specchi sono uguali – Misteri e miracoli di Inson Park,” edito da Epika Edizioni, mentre nel 2023 è stato pubblicato “Nel nome dei padri”, tre racconti editi dalla casa editrice Antipodes. Dello stesso anno è l’uscita della prima silloge poetica “L’amore capovolto”, frutto del premio “Read and play”, con la casa editrice Mezzelane e, ultima nata, la mia seconda raccolta poetica “Aspettando Godot”, pubblicata recentemente da Edizioni Progetto Cultura.
Infine, giunto il tempo della pensione, ho cominciato a partecipare ai concorsi
letterari ricevendo numerosi riconoscimenti e premi, sia in ambito poetico che
narrativo. Alcuni dei miei componimenti sono stati pubblicati in antologie.
Ma oggi, dopo tanto esplorare e, fuori di metafora, dopo tanto invecchiare, ho scelto di dedicare il mio tempo migliore alla scrittura, il mezzo più consono che trovo per esprimere creatività e dare voce alla mia anima, quel tempo prezioso che durante l’età giovanile sembra non dover finire mai.

2) Puoi pubblicare, qui sotto, una tua poesia?

Sì, volentieri. Scelgo una mia poesia inedita, che fa parte di una raccolta ancora in
divenire.

Ora che il tempo si fa sabbia
Ora che il tempo si fa sabbia
ritorno a contare i giorni dell’inizio
come non avessero mai fine.

Un gioco da bambini esposti alla luce
nel cuore immenso della creazione
a scambiare con Dio la tenerezza
di sogni ancora da venire.

Una voce chiama nomi e li canta
per venire a vedere
la bellezza d’erba e fiori
cresciuti sui crinali d’antiche ferite
dove il pianto non è che un fiume
adagiato sul letto dell’eternità.

3) Cos’è la poesia per Patrizia Amalfi ?

Rifacendomi all’idea che di essa ne aveva il grande Montale, penso che la poesia sia qualcosa che viaggi tra razionale e irrazionale, una ricerca continua di varchi da oltrepassare, per andare verso quell’oltre in cui provare a rintracciare l’essenza delle cose. La poesia è quel bisogno che spinge noi, esseri finiti, a cercare l’infinito e il senso ultimo della realtà e della vita. A differenza della prosa, la poesia reclama immediatezza, anche nei casi in cui la sua elaborazione richiede tempi relativamente lunghi. È immediatezza del sentire, un sentire che detta le parole, è pensiero filtrato dal cuore che si tuffa nel mare del mistero per coglierne sprazzi di luce. Il componimento poetico resta e resterà sempre per me un momento di intimità che non ha pari con nessun’altra esperienza letteraria, in grado di esprimere autenticamente le mille sfumature degli stati emozionali.
Considero la poesia una lente di ingrandimento per esplorare la pelle del mondo, alla ricerca, forse vana ma irrinunciabile, di un varco che conduca all’unità tra mondo fisico e metafisico.

4) Puoi’ pubblicare un estratto di un tuo racconto ?

Certo, anche se la scelta del brano è sempre impresa ardua…

Dal racconto Una nave, primo dei tre del libro Nel nome dei padri

“Peppe è fuori dal cinema. Ha visto il film due volte, si è fatto buio ma a casa non ci torna, l’ha giurato a se stesso. L’aria è frizzante, sebbene la primavera sia già
avanzata. Prova a farsi più piccolo nella giacchetta un po’stretta e consunta e incrocia le braccia, per andare a cercare con le mani un po’ di calore sotto le ascelle. Adesso cammina con la testa bassa e davvero non sa che fare. Comincia pure ad aver fame ma non ha nemmeno dieci lire in tasca. Procede lentamente, pensieroso, lungo la via del ritorno, perché è l’unica che conosce, ma nemmeno per un attimo pensa di recedere dal suo proposito.
Cammina e di strada ne fa, mentre con la mente rivede spezzoni del film, in modo
disordinato, ora soffermandosi su un volto, ora su una certa luce e atmosfera, oppure rievocando un dialogo. La rabbia è scemata ma non è scomparsa, la sente minacciosa e viscida acquattata dentro le viscere. Le sue gambe magre e nervose, si affacciano dai pantaloni corti e faticano a trattenere il passo secondo un ritmo di lentezza che si è imposto di mantenere, per prendere tempo e farsi venire una buona idea sul luogo in cui passare la notte. Ormai, lontano dal centro abitato, calpestando la strada sterrata che, percorrendola tutta, lo ricondurrebbe a casa, è giunto in un punto dove la natura, da una parte e dall’altra, si fa più selvaggia, ed è proprio qui che Peppe pensa di potersi fermare. Guadagnato ancora qualche metro, lascia la strada di campagna per addentrarsi in sentieri più nascosti, di non facile accesso. Un passo dopo l’altro l’erba diventa sempre più alta e umida e ora la sente sfiorargli le gambe seminude. Man mano che procede tra la vegetazione fredda del sottobosco, confonde il rumore sordo dei suoi passi col suono di qualcosa che proviene da dentro e non sa che cos’è e non lo vuol sapere, ma è il cuore che batte e martella, batte e martella per paura, una paura scura come il buio della sera, che si sporge sempre di più dal balcone del cielo livido che non promette niente di buono. Un impulso irrefrenabile lo spinge ad abbandonare quel luogo e a lasciarsi alle spalle quelle sensazioni amare e pungenti che sembrano averlo catturato senza il suo consenso. Uno, due, tre falcate larghe e
rapide e poi una corsa, a scapicollarsi giù per terreni scoscesi, verso la campagna,
verso quella radura che sta dalla parte opposta a quell’intrigo nel quale si è immerso. Per uscirne sta usando tutto il fiato che ha, finché, a un tratto, come d’incanto, la campagna riappare a salvarlo, a prenderlo per la collottola, una specie di fata turchina che per un inaspettato quanto immeritato premio, levandolo dai guai e dallo spavento, gli sta chiedendo una promessa. Peppe promette, promette qualcosa alla vita, mentre gira lo sguardo da ogni parte, cercando un riparo per la notte che sta per sopraggiungere. Non corre più, sta respirando e cammina veloce, mentre il sangue gli pulsa nel petto e nelle vene dei polsi con un ritmo più clemente. Ancora un centinaio di metri e dovrebbe esserci un fienile da quelle parti, un fabbricato mezzo diroccato intorno al quale, qualche volta, passando da lì, ha visto i contadini darsi da fare nel periodo della fienagione, per portarvi dentro il foraggio, già mezzo essiccato all’aperto. Il rischio che dentro vi sia qualcuno di loro è davvero remoto, perché ormai, nonostante la stagione del fieno sia iniziata, il buio si è fatto strada prepotentemente e in giro non c’è anima viva.

5) Cosa è la scrittura per Patrizia Amalfi ?

Per me la scrittura è il modo migliore per mettere ordine nel mio caos, è necessità di fare chiarezza sulle questioni più complesse della vita, che richiedono tempo e
pazienza per essere un minimo penetrate, e questo spesso può accadere attraverso storie che nel loro dipanarsi e crearsi, svelano un’intima e profonda verità, al di là della loro aderenza alla realtà o alla fantasia.
A volte le storie mi bussano alla mente in maniera disordinata, per giorni, mesi o
addirittura anni e quando non riesco più a contenerle, vuol dire che è arrivato il
momento di cominciare a scrivere, pur non avendo quasi mai chiaro quale sia il filo che unisce i pensieri, fino a quando, come per magia, uno dopo l’altro si delineano i personaggi e le atmosfere. La scrittura, per un tempo indefinito, sicuramente diventa un rifugio che mi accoglie con tutta la mia energia, da mettere a disposizione dei protagonisti che, parola dopo parola, pagina dopo pagina, mi conducono nel loro mondo fino a quel momento sconosciuto.


6) Quale ruolo ricoprirai nel Premio Lett Francesco Giampietri Juniores?
Sarò giurato per la categoria Juniores, e avrò l’onore di collaborare, insieme a
validissimi compagni di viaggio, con la stimata poeta nonché presidente di sezione Graziella Di Bella.

7) Cosa ti aspetti dai ragazzi ?
Mi aspetto grandi cose, perché è proprio a partire dal mondo dei giovani che si può sperare ancora in un mondo migliore. Mi aspetto di leggere pensieri originali e divergenti, fuori dall’omologazione, pensieri coraggiosi e contagiosi che solo i
ragazzi, socraticamente parlando, sanno partorire, se messi nelle condizioni di poterlo fare. Mi aspetto di leggere qualcosa che abbia il sapore dello stupore, quello stupore che riesce a “passare” da una persona a un’altra, da un’anima a un’altra, veicolato semplicemente dalle parole. Mi aspetto, egoisticamente, di uscire da questa esperienza più arricchita, con qualcosa in più da portare nel mio bagaglio esistenziale.
Ad maiora, semper!

Grazie mille