- Ciao Roberto e benvenuto alla rubrica “Intervista del Menestrello”. Vuoi presentarti ai nostri lettori utilizzando massimo 100 parole?
Grazie dell’invito a partecipare a questa rubrica.
Mi chiamo Roberto Casati e sono nato il 27 aprile 1958. Dopo studi tecnici ho iniziato la professione di informatico e dal 1990 ad oggi sono stato il titolare di una azienda che sviluppa software gestionale per le aziende. Da quest’anno sono in pensione e posso dedicarmi completamente al mio interesse per la poesia, iniziato alle scuole superiori, che mi ha accompagnato poi per tutta la vita. Ho una moglie, Anna Maria, ed una figlia Alessandra.
- Puoi elencare le tue pubblicazioni?
- Amore e disamore (Edizioni Lo Faro Roma – 1984)
- Roma e Alessandra (Edizioni Tracce Pescara – 1986)
- Coincidenze massime (Edizioni del Leone Spinea – 1988)
- Ipotesi di fuga (Edizioni del Leone Spinea – 1992)
- In navigazione per Capo-Horn (Edizioni del Leone Spinea – 1999)
- Carte di viaggio (Guido Miano Editore Milano – 2016)
- Appunti e carte ritrovate (Guido Miano Editore Milano – 2020).
Nel 1984 ho pubblicato il mio primo libro “Amore e disamore”, il cui inedito è stato premiato l’anno precedente da una giuria presieduta da Carlo Bo (Premio Spiaggia di velluto), critico di fama nazionale e che Giorgio Barberi Squarotti e Franco Piccinelli hanno considerato favorevolmente.
Nel 1986 è uscita la raccolta “Roma e Alessandra”.
In seguito incoraggiato da Paolo Ruffilli, poeta e critico dei più conosciuti, direttore editoriale delle Edizioni del Leone, ho pubblicato la trilogia del viaggio composta da “Coincidenze massime” (1988), “Ipotesi di fuga” (1992), il cui inedito è stato segnalato l’anno precedente al Premio Montale a Roma da una giuria presieduto da Maria Luisa Spaziani ed infine “In navigazione per Capo Horn” (1999), che hanno ottenuto unanime consenso di critica.
Negli anni 2000 ho pubblicato alcuni testi in antologie e della mia opera si è interessata soprattutto Guido Miano Editore, proponendomi nel 2016 una raccolta antologica delle mie opere con note critiche pubblicata con il titolo “Carte di viaggio”.
Quindi nel 2020, in piena pandemia per Covid-19 ho pubblicato il mio ultimo libro “Appunti e carte ritrovate”.
- Scegli una silloge che hai pubblicato. Come è nata questa silloge e cosa rappresenta per te?
Scelgo di parlare proprio di “Appunti e carte ritrovate”.
Come dicevo questa raccolta è nata nel periodo del primo lockdown per il Covid-19. Non è un libro che parla del lockdown o della pandemia, ma è frutto della ricerca fatta in quel periodo, quando quella situazione anomala ha colpito profondamente l’anima e mi ha obbligato a fermarmi. Ho ripreso testi di un periodo di circa 20 anni, lavorando sulle parole, fino a renderle più profondamente grezze, forti da colpire il cuore. Questa raccolta rimarca il senso della mia ricerca poetica che si racchiude tutta nel “viaggio”. Viaggio che è soprattutto interno, viaggio dell’anima nell’anima, fatto di emozioni, carezze e segreti tutti da svelare alla donna amata.
In quei mesi ho pensato di aver bisogno nuovamente di pubblicare, perché per me fare poesia è raccontare la vita. La mia poetica vede il mare come uno strumento che con le sue caratteristiche fisiche vive le diverse fasi dell’amore. C’è l’impeto dell’alta marea, il lento andare della risacca, il movimento continuo giorno e notte come un respiro indefinito. È l’equivalente dell’innamoramento che brucia gli attimi, travolge i pensieri, a cui segue una momentanea disillusione, forse una stanca che fa perdere interesse nel sogno inseguito, fino a trovare poi il senso profondo di un amore per cui si invecchia insieme.
Così che la donna ed il mare diventano amori esclusivi. Sono un tutt’uno e sviluppano immagini insieme o alternativamente ma senza mai perdersi di vista per più di un attimo.
A livello formale il lavoro che ho fatto su questi testi è stato di riportare alla più semplice essenza la necessità della poesia, addirittura del singolo verso e della singola parola. Se è vero, ed io credo lo sia, come dice Paolo Ruffilli che:
“La poesia è l’arte del togliere”
sono andato alla ricerca della concisione e dell’incisività del linguaggio.
La raccolta si divide in tre capitoli. “Diario di viaggio” raccoglie testi molto brevi come tracce lasciate da un percorso di innamoramento. Come fossero bigliettini recuperati da uno scrigno. “Carte disperse” raccoglie pensieri perduti o dimenticati, che nell’atto di rileggerli si rivitalizzano, prendendo nuova linfa. Infine “Carte ritrovate” raccoglie le poesie degli ultimi anni, quelle che hanno fatto sì che potessi ritornare a scrivere ancora poesia con la voglia di proporre a chi vuole leggere il mio continuo andare.
La vita come viaggio, come rivelazione e stupore. Il viaggio è quello di Dragut il corsaro, che varca ogni giorno le colonne d’Ercole di Gibilterra scorrendo sui mari da Capo Horn a Punta Arenas, a Isla Negra, alla ricerca di una carezza e di un bacio.
In fondo l’amore è una forza capace di trascinarci fuori da noi stessi, dal nostro egocentrismo ed egoismo. Scrivendo di amore il confine tra immaginazione e vita vissuta si perde. L’una si confonde nell’altra, come volti coincidenti ed opposti al tempo stesso, che si completano ed annullano.
- Copia e incolla una poesia della silloge qui sotto e prova a spiegare come è nata la poesia che hai scelto.
*
È giunto il momento
di fermarsi a contare i battiti,
di guardare all’orizzonte
il punto d’attracco più vicino.
È giunto il tempo di fuggire da qui
per cercare sulle tue labbra
quello che mi manca da troppo,
fermandoti con un bacio.
Adesso
che manca così poco a domani,
all’incontrarsi dei minuti e delle ore
sul quadrante del tempo.
Una carezza
come fosse di vento ti insegue,
un battito di ciglia sposta lo sguardo,
ultimo/primo attimo del vecchio/nuovo tempo.
“È giunto il momento” è una poesia che rappresenta il senso di ricerca contenuto in “Appunti e carte ritrovate”. Parla del momento in cui l’ultimo attimo precedente è al tempo stesso il primo atto di un tempo nuovo. Perché nulla finisce per sempre, tutto si rigenera, seguendo l’andamento del mare attraverso i tempi infiniti della marea. La vita alla fine è proprio questo. Una sequenza indefinita di momenti che rappresenta il percorso contenuto nei segreti dell’anima, in cui gli attimi di felicità sono nascosti da lunghi intervalli di mancanze e stanchezze.
- Come è cambiata la tua poesia nel corso di questi anni?
L’interesse poetico l’ho nell’anima dai 14-15 anni quando ho cominciato a leggere i primi testi, con i primi tentativi di scrittura. Ho studiato in prima battuta Prévert, che ho subito dopo abbandonato per impazzire (non esiste altro termine per definire l’interesse verso questi autori) per Pavese e Neruda. Sono autori molto differenti tra loro ma che alla stessa maniera mi hanno riempito il cervello ed il cuore di emozioni.
Sono poi arrivato a Paolo Ruffilli che è quello che più mi ha influenzato nel modo di scrivere. Oltre che essere il mio direttore editoriale alle “Edizioni del Leone” è stato certamente il mio riferimento stilistico. Sono d’accordo con lui quando dice che la poesia è l’arte del togliere, arrivando alla concisione senza per questo sconfinare in un anacronistico ermetismo, ricercando con precisione le parole necessarie alla definizione del senso poetico.
- Qual’ è la poesia che più ti rappresenta. Puoi pubblicarla qui sotto e provare a spiegare perché.
Domanda a cui non è facile dare una risposta, si potrebbe dire che tutto quello che ho scritto in qualche maniera, in qualche tempo mi ha rappresentato.
Faccio una ricerca e scelgo questa poesia, testo che apre la prima sezione della raccolta “Ipotesi di fuga” pubblicata nel lontano 1992.
L’INIZIO DELLO STUPORE
L’inizio dello stupore
In quel magico esserci
Sulle labbra della notte
È una parola taciuta
È tutto quel mondo che
Ha ancora senso nei tuoi occhi
Mentre veleggiano più a sud
Le navi che raggiungeranno
Capo Horn
Subito dopo un ‘altra pausa
Subito dopo il prossimo bagliore
Perduto dalla luna
Così gli occhi
Resistono al silenzio
Al tempo indefinito
Fino all’estrema dolcezza
Delle pietre di sabbia
Dove non termina questo stupore.
L’ho scelta perché rappresenta bene ancora oggi il mio ricercare nell’anima la poesia, lo stupore che ne ottenga nel momento in cui qualcosa che gli possa somigliare entra nei miei occhi e colpisce i miei sensi. La lettura e la scrittura della parola poetica fanno questi doni a chi la va ricercando, ed io ne sono stupito e felice quando la conquisto.
- Qual’ è il tuo paese di origine? Se dovessi farmi da guida turistica e ti chiedessi di visitare un solo luogo del tuo paese, dove mi porteresti e perché?
Sono nato a Vigevano, in provincia di Pavia. La mia città ha profonde radici storiche che ad esempio sono rappresentate dal Castello Sforzesco, struttura tra le più grandi d’Europa, creata inizialmente dai Visconti e che poi Francesco I Sforza, Duca di Milano, ha scelto come residenza estiva per la sua corte. Ludovico il Moro, successivamente, ha continuato la trasformazione della struttura da Castello a Palazzo Ducale. A Vigevano in quel periodo hanno lavorato i grandi del rinascimento, ad esempio Leonardo da Vinci, Bramante a cui si deve la torre che svetta sulla Piazza (realizzata nel 1492), che tutt’ora è considerata una delle più belle d’Italia. Sono luoghi di grande bellezza che sono stati anche rappresentati nei romanzi di Lucio Mastronardi il cui libro più rappresentativo è “Il Maestro di Vigevano”.
- Facciamo un piccolo giochino per conoscerci meglio. Qual’ è il colore, l’animale ed il piatto tipico della cucina della tua terra che ti rappresentano di più? Spiega anche i motivi.
Il mio colore è il rosso, mi piace perché è il segno evidente di una preziosa emozione. L’animale che mi rappresenta meglio penso possa essere l’aquila, uccello che vola solitario alle grandi altitudini, guarda da lontano la vita sottostante e poi improvvisamente si getta verso l’obiettivo terra per conquistare la preda. Un piatto tipico che certamente rappresenta la mi terra è il risotto giallo con l’ossobuco. Tra l’altro a Vigevano nel rinascimento si sono avute le prime piantagioni di riso, nei campi lomellini sotto il ducato di Ludovico il Moro.
- Cosa possiamo fare per avvicinare i giovani alla poesia?
Io credo che la poesia possa essere l’anima più sincera della società, lo spirito più profondo della gente di buona volontà, interessata al bene comune. In una presentazione ad una classe di Scuola Superiore Umberto Piersanti, uno dei grandi poeti italiani del nostro tempo, ha testualmente detto:
“La poesia prima di essere un valore civile, morale, sociologico, politico è un valore antropologico. Cioè se io leggo “L’infinito”, sono forse diventato migliore, ho imparato cose? No, ho solo approfondito il mio essere uomo, la mia capacità profonda di percepire, di essere. Una nazione senza poeti o con uno scarso interesse per la poesia è una nazione a cui manca molto. Per cui la poesia è un valore antropologico prima di tutto il resto. Tantissima poesia nella storia umana non ha un valore etico, non ha un valore sociale eppure ha un valore umano essenziale”.
Per questo motivo credo sia fondamentale la vicinanza alla poesia dei giovani. Come fare non so dirlo. Credo sia essenziale indicare ai giovani, attraverso la scuola, come il linguaggio poetico possa essere vivo all’interno di ciascuno di noi. Per fare questo è necessario far lavorare i ragazzi sulla quotidianità, sui poeti moderni, ce ne sono tanti che possono creare percorsi di studio, lasciando in un secondo tempo i grandi poeti della storia della letteratura. Ad esempio il Liceo Cairoli di Vigevano, in un periodo difficile, drammatico ed unico per tanti aspetti come quello della pandemia, ha chiesto ai ragazzi di provare ad immaginare il futuro e di esprimersi liberamente con poesie, disegni e scritti. Il risultato è stato stupefacente per varietà, profondità di pensiero e bellezza dei lavori. Tutto è stato poi raccolto in un libretto che rimarrà a testimonianza futura degli anni della pandemia.
Grazie Roberto
